Ci sono misteri che Roma custodisce meglio di qualsiasi archivio. Uno di questi giaceva sul fondo del Tevere. Non sappiamo per quanto tempo. Non sappiamo chi ce lo abbia portato. Non sappiamo nemmeno se si sia trattato di un incidente o di un gesto deliberato. Sappiamo soltanto che un giorno qualcuno perse, abbandonò o nascose un dio nelle acque del fiume. Quel dio era Dioniso. Il dio del vino, del teatro e dell’ebbrezza. Una delle divinità più popolari del mondo antico. Poi, a un certo punto della storia, le sue tracce si interrompono. Come accade ai desaparecidos. Come accade alle persone che qualcuno vuole cancellare. Dioniso sparisce. La sua storia sprofonda nell’oscurità. Per secoli il Tevere continua a scorrere sopra il suo corpo di bronzo senza rivelare nulla. Finché, nel 1885, durante i lavori per la sistemazione del fiume e la costruzione di Ponte Garibaldi, accade qualcosa di inatteso. Dal fango emerge una statua. È Dioniso. È ancora lì. Come un cadavere che il fiume restituisce dopo secoli di silenzio. Ed è a quel punto che nasce il vero mistero. Come ci è finito? Le ipotesi sono molte. Forse una piena lo ha trascinato via. Forse una nave lo trasportava quando qualcosa è andato storto. Oppure qualcuno ha deciso di liberarsene. Non sarebbe così strano. Tra la fine dell’antichità e l’affermarsi del Cristianesimo, molti dèi pagani diventano simboli di un passato che non interessa più. Templi abbandonati. Statue rimosse. Monumenti dimenticati. Forse Dioniso era diventato un problema. Forse era semplicemente fuori posto. Forse qualcuno lo ha caricato su un carro e lo ha condotto fino alle rive del Tevere. Di notte. Lontano da occhi indiscreti. Poi una spinta. Uno splash. E il dio del teatro scompare dietro il sipario delle acque. Naturalmente non esiste alcuna prova. Nessun documento. Nessun testimone. Solo una domanda rimasta sospesa per secoli. Chi voleva liberarsi di Dioniso? E perché? La cosa più sorprendente è che il tentativo, se davvero ci fu, fallì. Perché il Tevere non distrusse la statua. La conservò. La nascose. La protesse dal tempo, dalle guerre, dai saccheggi e forse persino dalle fornaci che avrebbero potuto trasformarla in semplice metallo. Oggi Dioniso non appartiene più al fiume. Il suo volto osserva i visitatori nelle sale di Palazzo Massimo. È sopravvissuto alla propria scomparsa. Ed è difficile non pensare che ci sia qualcosa di ironico in tutto questo. Qualcuno, secoli fa, potrebbe aver tentato di cancellare un dio. Roma, invece, lo ha ritrovato. E il Tevere continua ostinatamente a non raccontare il resto della storia.
